Artisti - Massimiliano Lo Russo
Massimiliano Lo Russo nasce a Lamezia Terme, nella meravigliosa Calabria, nel 1982. Si trasferisce a Firenze dove si laurea in Scienze della Comunicazione e attualmente frequenta l’Accademia di Belle Arti presso il Museo di Arte Contemporanea L. Pecci a Prato, approfondendo il rapporto tra le arti visive e la frenesia della comunicazione. Collabora con la Galleria Tornabuoni da più di un anno.
Il paradosso del cattivo selvaggio
Massimiliano Lo Russo assume il proprio vissuto e la ‘famiglia’ come luoghi metaforici in cui mettere in scena, su un ideale e spoglio palcoscenico, e attraverso un apparato iconografico minimale - filogeneticamente riconducibile al mondo dei fumetti -, la condizione tragicomica della vita associata, nella quale l’individuo accetta l’atto di parola come massima espressione di sé e del divenire incessante dello spirito, e l’ostentazione del proprio corpo mutante come volontà di potenza e di appartenenza all’ordine fenomenologico del creato. È proprio la parola, repressa, a connotare la vocazione dei personaggi esibiti dall’artista; la parola – il sigillo con il quale l’Occidente, da circa duemila anni, a partire dall’icona dell’annuncio a Maria, sancisce e santifica l’istituto della famiglia, ridisegna una nuova parabola della comunità e della storia, dispone un attraente piano di salvezza -, percepita dal pittore come paradosso e origine d’ogni conflitto.
Lo Russo invalida ogni elementare parametro antropometrico ed esibisce i suoi ‘attori’ imbavagliati e soli: creature grottesche, piatte e deformi, circoscritte da una linea nera di contorno, che ascoltano impotenti un ‘sinistro annuncio’: esseri filiformi, caracollanti, senza ombre e dai colori spettrali stesi a larghe campiture, che si contendono la luce di una lampadina elettrica e ignorano del tutto quella del sole.
L’artista evidenzia, attraverso un sistema simbolico carico d’ambiguità, ma perentorio nel suo essenziale codice narrativo, il dramma esistenziale di chi, ridotto al silenzio e alla solitudine per deliberata scelta o perché costrettovi dai meccanismi coattivi della sopraffazione sociale, si concede al mondo come sagoma esangue, come creatura guastata nel corpo e nell’anima: e così, immobile, inetto, congelato in una smorfia totalizzante, il ‘soggetto’ comunica, attraverso gli occhi dilatati e stupefatti, il suo disincanto, il suo disperato appello, il suo ‘urlo muto’ e senza tempo.
Figure descritte con perizia calligrafica e marchiate dal dolore, quelle che erompono dall’immaginario pittorico di Lo Russo. E quei personaggi cupi, scaturiti dalla fantasia inquieta dell’artista, mostrano uno stato d’inadeguatezza di fronte al mondo, richiamando l’attenzione dell’osservatore proprio su quelle strutture antropologiche che prefigurano i fondamenti della nostra civiltà e i suoi principali modelli di rappresentazione: l’attesa, il silenzio, la parola, il tempo, lo spazio, il bene, il male, la vita, la morte… Su tali presupposti si sviluppa, o si avviluppa, la libertà del singolo, o naufraga quella d’intere società, soprattutto quando non si mettono più in discussione le ossessioni dell’individuo e i rituali stereotipati della vita collettiva.
Le sagome piatte che mostrano esseri a-temporali confinati nello spazio vuoto e silente, richiamano un conflitto atavico fra atto normativo e pulsione biologica, e alludono ad uno scontro all’ultimo sangue per far emergere la parola negata. Il dissidio che regola la comunicazione umana si traduce sovente in flusso dialettico e talora in legge, e solo di tanto in tanto è epifania di una sana potenza creativa. Nelle scene dipinte da Lo Russo, le figure rimandano, invece, ad un retropalco dove l’alterità è degenerata ormai in lugubre devianza, narcisistica e gretta affermazione di sé, brutale negazione del mondo.
Michelangelo Tomarchio Levi






